assassin's creed. forsaken - oliver bowden

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  • Il libro

    SONO UN ESPERTO SCHERMITORE. ESONO ABILE IN MATERIA DI MORTE. NONTRAGGO PIACERE DAL mio talento.Sono bravo, questo tutto.

    1735, LONDRA. HAYTHAM KENWAY STATO ISTRUITO A USARE LA SPADA FINDALLET IN CUI HA POTUTOIMPUGNARNE UNA. QUANDO LA CASADELLA SUA FAMIGLIA VIENEATTACCATA, SUO PADRE ASSASSINATO ESUA SORELLA RAPITA DA UOMINIARMATI, HAYTHAM SI DIFENDENELLUNICO MODO CHE conosce:uccidendo.

    SOLO AL MONDO, VIENE ACCOLTO DA

  • UN MISTERIOSO TUTORE CHE LOADDESTRA A DIVENTARE UN ASSASSINOIMPLACABILE. CONSUMATO DALLA SETEDI VENDETTA, HAYTHAM INIZIA UNVIAGGIO ALLA RICERCA DEI COLPEVOLI,UN VIAGGIO DURANTE IL QUALE COSTRETTO A DIFFIDARE DI TUTTI E AMETTERE IN DUBBIO ogni certezza.

    SEMPRE CIRCONDATO DA TRADITORIE NEMICI PRONTI A COMPLOTTARECONTRO DI LUI, HAYTHAM VIENETRASCINATO NELLA secolare battagliatra Assassini e Templari.

  • OLIVER BOWDEN

    ASSASSINSCREED

    FORSAKEN

  • Prologo

    NON lho mai conosciuto. Lo

    credevo, ma fu solo nel leggere il suodiario che mi resi conto di non averlomai conosciuto. Ora troppo tardi. troppo tardi per dirgli che mi ero fattounidea sbagliata di lui. Troppo tardi perdirgli che mi dispiace.

  • PARTE PRIMA

    Dal diariodi Haytham E. Kenway

  • 6 dicembre 1735

  • 1DUE giorni fa avrei dovutofesteggiare il mio decimo compleanno,invece quel giorno passatoinosservato; niente festeggiamenti, solofunerali e la nostra casa, distrutta dalfuoco, sembra un dente annerito emarcio tra gli alti e signorili edifici inmattoni bianchi della piazza dedicataalla Regina Anna.

    Per il momento viviamo in una dellepropriet di mio padre a Bloomsbury. una bella casa e, sebbene la famiglia siadevastata e le nostre esistenzelacerate, siamo grati di averla.Rimarremo qui, sconvolti, come in unlimbo, come fantasmi, finch verr

  • deciso il nostro futuro.Lincendio ha divorato i miei diari,

    cos che iniziare questo comericominciare da capo. giusto quindiche parta con il mio nome, Haytham, unnome arabo per un ragazzo inglese chevive a Londra e che dalla nascita fino adue giorni fa aveva vissuto unesistenzaidilliaca, protetta dalla immanesporcizia che invade la citt. Da casanostra vedevamo il fumo e la nebbiasospesi sul fiume e, come tutti gli altri,eravamo infastiditi dalla puzza cheposso descrivere soltanto come quelladi pelo di animale bagnato; nondovevamo, tuttavia, camminareattraverso i maleodoranti rifiuti diconcerie, macellerie ed escrementi di

  • animali e persone. Gli effluvi cheaccelerano la diffusione di malattie:dissenteria, colera, poliomielite

    Dovete coprirvi bene, signorinoHaytham, se non volete esserecontagiato.

    Attraversando i campi perraggiungere Hampstead, le balie mitenevano alla larga dai poveraccisquassati dalla tosse e mi coprivano gliocchi, affinch non vedessi bambinideformi. Ci che pi temevano era lamalattia, immagino perch con lei nonsi pu discutere: non la si pu ricattaren combattere con le armi e nonrispetta n ricchezza n posizionesociale. una nemica implacabile.

    Naturalmente aggredisce senza

  • preavviso. E cos ogni sera micontrollavano per vedere se avevoqualche segno di morbillo o varicella,poi riferivano a mia madre che stavobene, allora lei veniva a darmi il baciodella buona notte. Io ero uno deifortunati, con dei genitori che volevanobene a me e alla mia sorellastra Jenny,che mi parlavano di povert e ricchezza,mi inculcavano lidea di quanto fossifortunato e mi spingevano a pensareagli altri; erano loro che assumevanobalie e istruttori per occuparsi di me edella mia istruzione, cos che potessicrescere e diventare un uomo con altivalori morali e di grande merito. Unprivilegiato, non come i bambini chedevono lavorare nei campi, nelle

  • fabbriche e inerpicarsi su per i camini.A volte, tuttavia, mi chiedevo se

    quei bambini avessero amici. E se neavevano, pur non invidiando le loro vite,sapendo che la mia era molto piconfortevole, invidiavo loro gli amici. Ionon ne avevo, non avevo neppurefratelli o sorelle della mia et e cos,ecco, ero timido. Cera inoltre un altroproblema, sorto quando avevo appenacinque anni.

    Era successo un pomeriggio. Leabitazioni signorili della nostra piazzaerano costruite luna accanto allaltra,e ci capitava di vedere i nostri vicini onella piazza o nei loro giardini sul retro.Nella casa accanto alla nostra vivevauna famiglia con quattro figlie, due

  • delle quali avevano pressappoco la miaet. Le bambine passavano ore e ore asaltellare o a giocare a moscacieca nelgiardino e io le sentivo mentre studiavosotto gli occhi vigili del mio precettore,il vecchio signor Fayling, dalle folte egrigie sopracciglia e labitudine ditoccarsi il naso e di studiareattentamente ci che aveva tirato fuoridei recessi delle sue narici, per poimangiarselo furtivamente.

    Quel particolare pomeriggio ilvecchio signor Fayling era uscito dallastanza e io avevo atteso di non sentirepi i suoi passi prima di abbandonarelaritmetica, alzarmi, andare allafinestra e sbirciare nel giardino dellacasa dei Dawson.

  • Mio padre, celando a malapena ilfastidio, mi aveva detto che il signorDawson era un deputato. Il loro giardinoera circondato da un alto muro, per,malgrado gli alberi, i cespugli e ilfogliame verdeggiante, dalla finestradella stanza dello studio scorgevo partidel giardino e le figlie di Dawson che,quel giorno, stavano giocando acampana. Avevano sistemato dellemazze da pallamaglio per creare unpercorso improvvisato, anche se non mipareva prendessero il gioco molto sulserio; forse le due sorelle maggioristavano cercando di insegnare le regolealle minori. In una confusione di treccee vestiti rosa pieghettati, sichiamavano a vicenda e ridevano e di

  • tanto in tanto sentivo il suono di unavoce adulta, con ogni probabilit quelladi una bambinaia nascosta alla mia vistadal fogliame degli alberi.

    Trascurata per un attimolaritmetica, le avevo guardate giocare,quando, allimprovviso, come se avessecapito che la stavo osservando, unadelle due pi piccole, di un anno circapi piccola di me, aveva alzato gli occhie mi aveva visto alla finestra e i nostrisguardi si erano incrociati.

    Avevo deglutito e, esitante, avevoalzato una mano per salutarla. Con miagrande sorpresa, lei mi aveva sorriso.Aveva poi chiamato le sorelle, che sierano raccolte attorno a lei, tutte equattro, i colli allungati e, riparandosi

  • gli occhi dal sole, avevano fissato la miafinestra dove me ne stavo come unoggetto da museo, un oggetto cheagitava la mano e che era leggermentearrossito per limbarazzo, sentendocomunque la dolce e calda sensazione diqualcosa che avrebbe potuto essereamicizia.

    Una sensazione di calore che erasvanita appena la bambinaia eraapparsa da sotto gli alberi, avevalanciato unocchiata tanto irata allafinestra da farmi subito capire che miaveva considerato un ficcanaso opeggio. Aveva quindi allontanato lebambine dalla mia vista.

    Avevo gi notato quel genere diocchiata e lavrei rivista, nella piazza o

  • nei campi dietro la nostra casa.Ricordate come le mie bambinaie miallontanavano dagli straccioni? Altrebambinaie tenevano allo stesso modo iloro pupilli lontani da me. Non mi eromai chiesto il perch immagino,perch non cera ragione per indagare.

  • 2Un giorno, quando avevo sei anni,Edith arriv con un pacco di abiti benstirati e un paio di scarpe con la fibbiaargentata.

    Io uscii da dietro il paraventoindossando le mie nuove scarpe lucide,un gilet e una giacchetta e Edith chiamuna delle cameriere. Lei disse che ero ilritratto di mio padre, che eraesattamente la loro intenzione.

    Pi tardi erano venuti a vedermi imiei genitori e io avevo visto gli occhidi mio padre inumidirsi, mentre miamadre non aveva finto ed era scoppiatain lacrime, agitando la mano, finchEdith le aveva passato un fazzoletto.

  • Mi ero sentito grande e istruito, puravvertendo di nuovo la sensazione dicalore sulle guance. Mi ritrovai achiedermi se le Dawson mi avrebberoconsiderato elegante nel mio abitonuovo, un vero gentiluomo. Avevopensato spesso a loro. A volte lescorgevo dalla finestra, mentrecorrevano nel giardino o venivanocondotte nelle carrozze davanti allecase. Una volta avevo immaginato cheuna di loro mi avesse lanciatounocchiata furtiva, ma, anche se miavesse visto, quella volta non mi avevarivolto n un sorriso n un saluto con lamano, solo lombra dellocchiata ostiledella bambinaia, come se ildisapprovarmi venisse tramandato al

  • pari una scienza antica.Cos avevamo i Dawson da un lato,

    con quelle misteriose, saltellantibambine, mentre dallaltra partecerano i Barrett, una famiglia con ottofigli tra femmine e maschi. Come con leDawson, li intravedevo soltanto quandosalivano sulle carrozze e da lontano nelgiardino. Poi un giorno, prima del mioottavo compleanno, mentre passeggiavolungo il perimetro del mio giardinotrascinando un bastone sui rossimattoni dellalto muro e fermandomi ditanto in tanto per rovesciare dei sassied esaminare qualsiasi insettoscappasse via da sotto, ero arrivato allaporta che dava in un passaggio tra lanostra casa e quella dei Barrett.

  • La pesante porta era chiusa con unenorme e arrugginito pezzo di metalloche pareva non fosse stato aperto daanni e io lo fissai per un po,soppesando il chiavistello nel palmo,quando udii una voce fanciullesca,sussurrante e insistente.

    Ehi, tu, vero ci che dicono di tuopadre?

    Arrivava dallaltra parte della porta,sebbene ci avessi messo un po perindividuarla, un attimo in cui erorimasto scosso, irrigidito dalla paura.Sbalordito, avevo visto attraverso unforo nelluscio un occhio impassibile chemi fissava, poi risentii la domanda.

    Su, mi chiameranno a momenti. vero ci che dicono di tuo padre?

  • Mi ero chinato per portare locchio alivello del buco nella porta. Chi ?avevo chiesto.

    Sono io,